Sulle tracce di Melina Riccio

262635_232266540130907_254228_nAndando per le strade della Genova, in particolar modo quelle del centro storico, si potranno scoprire scritte particolare, accompagnate spesso da fiori quasi secchi e pezzi di stoffa ricamati. A realizzarle è la particolare e curiosa Melina Riccio. Spesso si pensa che questi graffiti siano solo delle scritte che imbrattano e deturpano la città, ma in realtà nascondo un mondo molto più grande, quello dell’Outsider Art.img_5360È molto semplice scoprirne di più; basta cercare per le strade Melina e fermarsi a parlare con lei. In questo modo si potrà ascoltare, solamente in rima, la sua storia e le idee che l’hanno portata a compiere determinate scelte di vita. Emergerà subito il suo lato sensibile, delicato e pieno d’amore per la vita e la natura. È una persona estremamente interessante e vissuta, che può dare tanto. Il suo aspetto da vagabonda e le sue azioni spesso disturbano le persone che non vanno oltre all’apparenza e non si fermano ad ascoltare, per scoprire il vero contenuto.68761_164494586908103_5120196_nPer capire meglio Melina bisogna andare a ritroso nel tempo e informarsi sulla sua storia. Naque nel 1951 e condusse una vita comune fino ai 33 anni, era sposata, aveva tre figli e lavorava come modellista. Nel 1983 presentò alla fiera MACEF una sua realizzazione, un copriletto dipinto a mano con abat-jour e tende coordinate. L’incontro con i possibili acquirenti, preoccupati solo del profitto le svelò “il marcio del mondo interessato solo al guadagno”. La delusione subita in questa esperienza, vissuta in un periodo di serio affaticamento, causato dall’intenso lavoro e dalla cura dei tre figli piccoli, le provocarono un esaurimento nervoso, in seguito al quale venne ricoverata in un reparto psichiatrico. In ospedale chiese aiuto a Dio, non voleva più vivere in una società che ” per colpa dei soldi non sa apprezzare le cose belle ed il lavoro delle persone”. Riconobbe il segnale atteso in una mela mezza marcia, abbandonata. La sentì vicina a sé per via del suo nome, MELINA e perché vide se stessa come “mezza marcia e mezza buona”, scartata dalla società come quella mela gettata via. Decise di fare un patto con i frutti della natura: “Voi mi date la forza io vi do la vita”.melina-riccio

Una volta dimessa dall’ospedale bruciò il suo denaro e, sentendosi chiamata da Dio, lasciò la famiglia per andare alla ricerca della verità. Sentì che se fosse riuscita a proteggere la natura, allora avrebbe protetto anche i suoi figli. Compì un viaggio spirituale che la portò a raggiungere il santuario della Santissima Trinità di Anagni, al suo arrivo trovò solamente “porte chiuse”, e al margine del piazzale, affacciandosi sul dirupo, vide un immondezzaio; per lei fu come vedere il mondo, come se Dio le avesse voluto dire: “Il mondo finisce così, che cosa fai per salvarlo?”. Prese da terra una bottiglia vuota, e si rese conto che non era importante né il materiale né la forma dell’oggetto, bensì il suo contenuto; vi inserì all’interno un cuore di carta che rappresentava “ la luce della vita” e in questo modo diede nuovamente vita all’oggetto abbandonato.

In seguito si trasferì a Genova dove cominciò a disegnare e scrivere con grafia minuta sui contenitori dei giornali e dei bidoni della spazzatura. Il suo bisogno espressivo crebbe via via, assieme alle dimensioni del tratto e alla diversità delle tecniche utilizzate. Il muro, supporto senza confine, divenne allora il prezioso alleato nella diffusione dei suoi rimati messaggi di pace, che arrivano ormai in tante città italiane.

Lei non si ritiene un’artista, non si sente appartenente al mondo dell’Outsider Art, e proprio questo la fa rientrare in questa “categoria”, definita da altre persone. La missione di Melina Riccio è quella di lasciare un messaggio positivo di pace e di rispetto per la natura.

NATURA, NO CULTURA-PACE-MELINA RICCIO; questi enunciati, e molti altri, simili, dimorano nelle periferie dello sguardo finché il ritmo spedito non si acquieta e l’occhio ascolta la percezione sbiadita di questi insistenti richiami. Sono i messaggi salvifici che lei traccia in giro per le città nelle quali si sposta di continuo. Non si limita a scrivere e lasciare i suoi messaggi, ma li diffonde attivamente, parlando con le persone che incontra, manifestando insieme ai giovani, ai lavoratori e disoccupati, accanto a persone comuni che vogliono far valere i propri ideali. In ogni evento la sua partecipazione diviene un’azione performativa. Con atteggiamento spavaldo sfila lungo i cortei presentando ogni volta nuovi striscioni e bandiere realizzati con un patchwork (“lavoro con le pezze”) di diverse tecniche tra cui il ricamo, il collage e altre manualità dell’artigianato “fai da te”. Una volta conclusa la marcia, Melina abbandona i suoi paramenti legandoli a qualche inferriata per offrire ai manifestanti frutta, fiori e poemi. Altre volte munita di ago e filo cuce piccole stelle e cuori di panno o pezzi di carte abbandonati, sui baveri delle giacche e si presenta dicendo : “sono Melina, come la mela…”.39531_159711474053081_889526_n 2010-foto-Marta-Montacchini-facebook
La più forte testimonianza del suo operato è la facciata barocca della sua casa, ubicata nel centro storico genovese, che è in costante rinnovamento. Attorno alla porta d’ingresso vi sono scritte, manifesti, poemi, disegni, composizioni floreali, oggetti raccolti dalla spazzatura come bambole alle quali melina ridà vita cucendogli sopra un cuore di pezza. Se si alza lo sguardo si riconosce subito la sua finestra, ricca di piante e con i fili del bucato tipicamente esposti fuori, i quali, come rami, sorreggono le foglie, i suoi lavori. Questo portale è la chiara testimonianza dell’intenzione di Melina: cercare la pace dando voce a una natura indifesa.DSC_6877_1280
Come già detto, Melina non si considera un’artista, il suo esercitare non si tramuta in opera d’arte ma in un mezzo di comunicazione fortemente espressivo. Il suo compito è quello di diffondere un messaggio preciso che non spetta a lei spiegare, non lo impone, non insiste nel suo parlare alla gente che ogni giorno incontra per strada. La sua epifania, avvenuta quando si trovava ricoverata nell’ospedale psichiatrico, non è arrivata tramite la parola ma tramite un segno, come quelli che lei ora lascia sui muri delle città, su pezzi di carta, stoffa e altro materiale riciclato, che lei accoglie e al quale dà nuova vita, aggiungendovi un cuore di carta. Ogni giorno cerca di ricambiare il favore che la natura le ha fatto cercando di far comprendere alle persone un messaggio non suo e che quindi non può spiegare ma che ognuno di noi può percepire, in maniera anche differente, ma con lo stesso significato. L’unico compito che ci lascia è seguire l’input che lei ci dona e seguirla a modo nostro, partendo da piccole azioni quotidiane, rispettando in primis la natura che ci circonda, le persone che ci stanno a fianco, dando più valore a questi due elementi anziché agli oggetti ai quali noi ormai stiamo diventando dipendenti. Non chiede di abbandonare ogni nostra abitudine, di bruciare i nostri soldi e vivere di quello che ci offre il mondo come ha fatto lei, ci chiede di essere più rispettosi, ma soprattutto chiede al nostro cuore di essere libero.60960_154171837940378_4121829_n

Testo di Michela Ciarapica

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